Conosciamoci meglio

Da che pulpito viene la predica?

Perché è opportuno conoscere la storia di uno che insiste d’insegnarti qualcosa?

Mi chiamo Alessandro Rinaldi.

Sono nato il 06 Agosto 1965.

Segno zodiacale Serpente secondo l’oroscopo cinese, Leone secondo l’oroscopo tradizionale.

Sono sposato 1 volta e padre di 2 figli meravigliosi: Edoardo e Veronica.

Da molti anni, mi occupo di salvare le aziende dalla crisi e di creare ricchezza al loro interno.

Sono nato in un paesino della provincia di Verona nell’area Bassa Veronese, lontano circa 12 chilometri da Verona.

Da giovane studiavo molto.


Alla mattina, quando mi alzavo, la mia preoccupazione non era il professore che mi interrogava, ma il terrore di passare il resto della mia vita incastrato in quel paese davvero troppo piccolo per me.

Non ero come gli altri ragazzi del paese.

Per me le cose erano un po’ diverse, poiché non mi vergogno a dirlo la mia famiglia aveva qualche problema economico per mio padre che lavorava poco o nulla.

Ho compreso subito che la vita non è tutta “rose e fiori”.

Quando vedi tua madre costretta ad andare a lavorare come operaia in un’azienda ortofrutticola con turni massacranti, capisci subito che devi diventare “l’uomo di casa” assumendoti immediatamente le responsabilità quotidiane e cominciare subito a lavorare per portare soldi a casa.

Ho iniziato così a fare vari lavori come cameriere, comparsa teatrale all’Arena di Verona, cassiere nel parco divertimenti Gardaland, bracciante agricolo nelle campagne veronesi, insegnante di ripetizioni scolastiche.

Posso ora dire che c’è stato un lato positivo di questa mia adolescenza travagliata.

Mi ha fortificato come persona, acquistando la capacità di sopravvivere e di riuscire a superare qualsiasi avversità nella vita.

Senza essere presuntuoso, posso ora a testa alta pronunciare: “La paura? Me la mangio”.

Dentro di me, non volevo solamente sopravvivere, ma avevo cementato la grande voglia di vincere.

Il mio slogan era ed è: “C’è un campione dentro di noi”.

E’ una frase bellissima, assolutamente veritiera.

Io la adoro. Penso che sia assolutamente reale e non ci sia una singola persona che non abbia questa caratteristica.

E credo anche che chiunque capisca a fondo l’importanza di questa frase, non possa stare fermo a lamentarsi continuamente di come gli vanno male cose.

Per me è stata la miccia che mi ha scosso e mi ha portato a cercare a tutti i costi quello che volevo veramente dalla mia vita: studiare per eccellere.

I miei compagni adolescenti sognavano di diventare calciatori, piloti, cantanti, ecc.

Io avevo capito una cosa molto semplice: per dare una svolta alla mia vita, dovevo avere una grande “fame” di libri poiché la conoscenza mi avrebbe portato alla ricchezza.

Che libri divoravo? Libri di storia, di economia, di finanza, business.

Libri di storia perché questa materia mi ha sempre affascinato.

La storia non è mai stata per me un insignificante elenco di date e battaglie passate, ma sin da bambino mi ha sempre incuriosito molto perché era piena di aneddoti e personaggi che sembravano usciti da una fiaba.

Con il passare degli anni, ho sempre più capito come sia importante la storia, poiché essa ci aiuta a conoscere il nostro passato che deve diventare un avvertimento per il nostro presente.

Leggevo molti libri di economia, finanza, business, poiché semplicemente ragionavo sin da allora in questo modo: “Vuoi far soldi? Devi andare dove si trovano i soldi”.

Quindi, mentre tutti i miei compagni parlavano delle partite di calcio e delle ragazze da conquistare, io leggevo libri di storia, economia, finanza.

Ero un ragazzo particolare, come avrai capito.

Non avevo tanti amici. Pochi, ma buoni.

Secondo alcuni ragazzi del paese, era uno che me la “tiravo” = si dava arie.

Non era invece assolutamente vero.

Perché non passavo le giornate come i miei coetanei a fare solo cose divertenti?

Perché avevo un obiettivo preciso, tanta rabbia e voglia di emergere.


L’obiettivo preciso, una sana rabbia, la tanta voglia di emergere sono stati un motore straordinario che mi hanno sempre spinto ad agire senza perdere di vista il mio traguardo.

Torniamo a noi.

Avevo appena terminato le scuole elementari e mi si poneva questo dilemma: proseguire a studiare presso le scuole medie pubbliche del mio piccolo paese?

In base alle condizioni economiche della mia famiglia, l’unica strada percorribile era quella di frequentare le scuole medie pubbliche del mio paese.

Non c’erano costose rette mensili da pagare, non c’erano costosi abbonamenti per il servizio trasporti.

Avevo circa tra i 10 ed 11 anni, quando tra le mani avevo riviste di finanza e quotidiani locali che la signora Consolata (sì, si chiamava proprio così, una brava e santa donna), l’edicolante del paese, mi passava sempre di nascosto a condizione che gliele riportassi indietro in perfette condizioni.

Mi colpì molto un articolo sul quotidiano locale di Verona.

C’era un articolo che elencava che tutti i migliori imprenditori e professionisti di Verona ma anche di altre città italiane, erano uscite da una scuola prestigiosa privata di nome: Istituto Salesiano Don Bosco.

L’articolo parlava di cifre da capogiro per le rette mensili, ma io volevo continuare a studiare solamente lì.

Quella scuola privata di prestigio nella città di Verona.

Quella scuola doveva diventare l’ancora della mia salvezza per emergere e per uscire dal mio piccolo paese.

Non c’erano altre alternative.


La mia mamma però non era molto d’accordo.

La potevo comunque capire e giustificare.

In quel periodo, in famiglia c’era principalmente un unico reddito che entrava: quello di mia madre che si spaccava la schiena a lavorare duramente come operaia presso un’azienda ortofrutticola del paese.

Le rette mensili della scuola privata costavano tantissimo e una famiglia con un solo reddito avrebbe fatto tanta fatica.

Tuttavia, penso che tu abbia capito che “tipino” fossi.

Non c’era verso.

Volevo assolutamente andare al Don Bosco, a Verona, per frequentare le scuole medie e superiori. Nessuno poteva fermarmi.


Iniziai così a trattare con mia madre.

Forse iniziando a trattare con mia madre, ho imparato l’arte della negoziazione sulla quale si basa la mia attività professionale.

Taglio corto.

Dopo vari mesi d’infinite discussioni, raggiungemmo questo accordo:

  • avrei dovuto lavorare durante l’estate come bracciante agricolo presso la campagna di un nostro vicino di casa; 
  • i soldi che avrei preso durante l’estate sarebbero stati completamente versati a mia madre che li avrebbe utilizzati per pagarmi la scuola;
  • avrei dovuto sempre rimanere promosso senza avere nessuna materia rimandata.

Studiare al Don Bosco per ben 8 anni (3 anni di Scuola Media, 5 anni di Liceo Scientifico) promosso sempre con eccellenti voti e non essere mai rimandato, non fu facile.  

La scuola Don Bosco fu per me non solo un eccellente luogo di acquisizione di conoscenza, ma anche un’eccellente scuola di vita.

Amicizia, lealtà, principi cristiani furono i grandi valori trasmessomi da questa encomiabile scuola.

Finito il Liceo Scientifico, iniziai a studiare all’Università facoltà Economia e Commercio di Verona.

La maggior parte dei miei compagni universitari quando finivano le lezioni, passavano ore ed ore (se non giornate intere) a girare presso i bar per bere aperitivi, mangiare a pranzo, corteggiare le ragazze e chi ne ha più ne metta.

Io invece che cosa facevo?

Finite le lezioni, me ne tornavo subito a casa a studiare per prepararmi agli esami.

Ero sempre terrorizzato  di non riuscire a superare l’esame.

Praticamente quando andavo a sostenere l’esame universitario, dovevo sapere tutto o quasi tutto. Non andavo per provare l’esame, come facevano tanti altri miei compagni universitari.

Seppure io avevo sempre pochi soldi in tasca rispetto a loro, in realtà mi sentivo la persona più ricca al mondo.

Avevo poco tempo per raggiungere il traguardo della laurea, ma avevo tanta fame di successo e voglia di riscatto.

Allora ed ancora oggi la mia “formula sacra”  è: sogna.Credici. Realizza.   

Una delle cose più interessanti organizzata organizzata dall’Università degli Studi di Verona facoltà Economia e Commercio, furono le giornate di partecipazione ai “Career Day”.

Si trattava di un evento all’anno di orientamento al lavoro che durava circa 3 giorni, per cui gli studenti entravano in contatto con i rappresentanti varie aziende ed enti professionali. 

Durante il “Career Day”, venni a contatto con il Presidente dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Verona, che tenne un’interessante lezione presso l’ateneo veronese.

La lezione riguardava la presentazione di una importante figura professionale dei nostri tempi: il Dottore Commercialista.

Fu un’esperienza straordinaria ed illuminante per me.

Spiegò in aula la professione del Dottore Commercialista come una professione altamente qualificata e di estrema rilevanza sociale,  essendo continuamente a stretto contatto con le piccole e medie imprese italiane per fornire consulenza e assistenza specializzata dal punto di vista contabile e fiscale.

Fu un amore a prima vista.

Finalmente riuscivo a vedere il collegamento tra il mondo teorico insegnato all’università e il mondo reale delle aziende.

Mi era assolutamente chiaro questo nella mia testa:

da quel momento in poi, volevo diventare assolutamente un Dottore Commercialista.

Era quella la mia strada.

Dopo quell’illuminante incontro, andai a trovare un Dottore commercialista amico di mio zio e gli chiesi la possibilità di fare praticantato gratuito presso il suo studio professionale di Verona.

Contemporaneamente studiavo come un matto per fare gli esami universitari, mentre al pomeriggio avevo iniziato a fare pratica presso lo studio del Dottore Commercialista che mi aveva accolto.

Non fu un periodo facile.

Da quel momento, il mio percorso di laurea fu orientato a sostenere gli esami (almeno quelli che potevo scegliere) che riguardavano le materie della professione del Dottore Commercialista.

Lo studio professionale del Dottore Commercialista presso cui facevo pratica, oltre a darmi la possibilità di apprendere gli elementi pratici di tenuta contabilità e adempimenti fiscali per le imprese, aveva una divisione specializzata nelle operazioni straordinarie societarie quali ad esempio cessioni d’azienda, fusioni, trasformazione, ecc.

All’epoca ero innamorato di quel mondo.

Lo ero veramente.

Ero talmente innamorato, che, subito il giorno dopo essermi laureato in Economia e Commercio, mi misi a studiare come un “pazzo furioso” per superare l’esame di stato di abilitazione alla professione di Dottore Commercialista.

Ricordo le tante notti passate in piedi a studiare per superare quel difficile esame di stato.

Riuscii a farcela.

Mi sembrava di avere in mano il mio futuro e di aver raggiunto il mio obiettivo che sin da ragazzino mi teneva sempre incollato a riviste di finanza ed economia.

Incravattato 7 giorni su 7, 24 ore su 24 ore, pensavo: “Questo è il mio futuro. Sono una mente brillante. Gli imprenditori italiani mi cercheranno e sarò per loro un professionista importante per la loro azienda e ben pagato”. 

All’epoca, non sapevo come funzionavano esattamente le cose.

Non sapevo che la professione di tutti quei Dottori Commercialisti incravattati era sempre più destinata ad essere vista come un’attività di “segretario dello Stato italiano” (per i sempre maggiori adempimenti contabili e fiscali da far rispettare alle imprese italiane a favore dello Stato) e di essere poco considerato dai miei clienti.   

Me ne accorsi quando decisi di aprirmi un’attività in proprio svolgendo la classica attività di Dottore Commercialista per la tenuta di contabilità e adempimenti fiscali.

Formalmente ero un libero professionista, in realtà non lo ero più.

Desideravo sempre di più riappropriarmi della parola “libero” che precede quella di professionista.

Libero significa il piacere di risolvere i problemi al cliente e non di essere considerato quello che “ti porta i problemi”.

Libero significa  il diritto di essere considerato un consulente vero dagli imprenditori e non “l’esattore delle imposte” per conto dello Stato.

Libero significa anche il diritto di dire di no al cliente. 

Libero significa anche la possibilità di applicare il prezzo da te richiesto senza dover svenderti al ribasso.

Libero significa anche la possibilità di prendersi un pomeriggio ed uscire con la persona che amo per guardar la natura, andare in bici, leggere un romanzo, ecc.

Dopo quattro anni della mia carriera di Dottore Commercialista come “medico generico” della contabilità e delle tasse,  ho capito come giravano davvero le cose.

Sono scappato a gambe levate da quel mondo di Dottori Commercialisti “esattori delle tasse in nome e per conto dello Stato” che tanto mi aveva affascinato alcuni anni prima.

Devo dirvi la verità.

Non è stato merito mio se ho capito come stavano le cose, se ho cominciato a spalancare gli occhi. 

Ti devo svelare un segreto.

C’è una persona al quale devo il lavoro che sto facendo oggi.

Mi sento in obbligo di doverla ringraziare di cuore.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo in un convegno che ho tenuto come relatore presso un noto centro studi tributari di Verona, con cui collaboravo all’inizio della mia attività professionale di Dottore Commercialista.  

Mi aveva fatto una domanda e subito dal suo sguardo avevo capito che era una persona molto determinata nel raggiungimento dei suoi obiettivi.

Alla fine del convegno, mi fece ulteriori  domande di approfondimento.

Cominciò a raccontarmi la sua storia.

Lui si chiamava Andrea, aveva un’azienda che si occupava di confezioni di abbigliamento.

Lui era un imprenditore competente, che conosceva molto bene il suo settore.

Per l’ottenimento di fidi e finanziamenti bancari, si era sempre affidato al suo commercialista e ai suoi amici direttori bancari.

Questo, a sua insaputa, lo stava rovinando.

Iniziò in quell’anno ad avere una serie di “disavventure” poiché aveva perso dei clienti per fallimento, aveva dei problemi per l’incasso ritardato delle fatture emesse, i costi fissi erano molto alti, aveva sbagliato ad effettuare investimenti in macchinari e attrezzature aziendali.

Tutto ciò stava rovinando la sua impresa, la sua vita e quella dei suoi familiari. 

Eravamo diventati molto amici.

Per molti anni, aveva ottenuto facilmente l’accesso a finanziamenti bancari di qualsiasi genere (fido di cassa, anticipi su fatture e ricevute bancarie, mutui ipotecari, mutui chirografari).

Come tanti suoi colleghi imprenditori, aveva sempre utilizzato quel fiume di denaro per finanziare la sua azienda.

Le aziende avevano problemi finanziari? E che problema c’era?

Nessuna difficoltà.

Le banche prestavano soldi  a tutti e a tassi d’interesse sempre più bassi. 

Un bel giorno all’improvviso tutto cambiò.

Ti ricordi che cosa successe nel 2008?

Credo di sì.

Ti ricordi le immagini televisive degli uomini che portavano via gli scatoloni pieni di scartoffie dal loro tavolo di lavoro nelle banche?

Ti ricordi la disperazione di tante persone che avevano perso il loro posto di lavoro?

Se non ti ricordi cosa successe nel 2008, mi permetto di ricordartelo io.

Ci fu il fallimento della banca americana Lehman Brothers.

Ci siamo trovati faccia a faccia con la dura e cruda realtà: la festa del denaro dato in abbondanza era finita. 

Molte banche del nostro paese, si erano sovraesposte nella concessione di finanziamenti a clienti utilizzando la leva bancaria.

Che cos’è la leva bancaria?

E’ un meccanismo che consente alle banche di prestare ai propri clienti denaro utilizzando denaro che non hanno utilizzando un multiplo del proprio patrimonio bancario.

E’ molto semplice il meccanismo: una banca poteva emettere finanziamenti, leasing, fidi, ecc. fino a circa 15 volte il valore del proprio patrimonio.   

Le banche italiane si erano spinte a finanziare imprese ed individui che non avevano nessun merito creditizio perché sottocapitalizzate, con conti disastrati, prodotti poco competitivi.

Terrorizzate da quello che stava succedendo negli Stati Uniti d’America, le banche italiane iniziarono progressivamente a ridurre la quantità di denaro e a revocare i fidi concessi in precedenza.

Quando una banca revoca i fidi, può diventare un dramma per gli imprenditori abituati ad usare a “tappo” ossia ogni centesimo di euro del fido concesso.

E’ quello che successe al mio amico Andrea.

Questo imprevisto stava letteralmente rovinando la sua azienda, lui come persona, la sua famiglia.

Non riusciva più a creare ricchezza in azienda, poiché alcuni clienti pagavano in continuo ritardo o addirittura erano falliti.

Un vero dramma per Andrea e per tutti i suoi cari.

Riesci ad immaginarlo?

Una vita intera spesa da Andrea a fare grandi sacrifici, a non poter recarsi alla scuola dei propri figli perché era impegnato al lavoro, diventava completamente inutile per colpa della banca che aveva deciso tranquillamente di calpestare all’improvviso un’azienda che aveva sino ad allora pagato sempre puntualmente per tutelare i propri interessi di ipotetici problemi futuri di mancato incasso. 

Pensavo sinceramente che fosse un caso isolato, uno a cui le cose erano andate male.

In realtà, si trattava di una vera tragedia che stava colpendo molti imprenditori italiani.

La crisi che stava arrivando per molti imprenditori sarebbe stata la nuova normalità.  

Una nuova normalità caratterizzata da mancanza di liquidità, da scarsi finanziamenti da parte del sistema bancario, da clienti sempre più esigenti, da una forte concorrenza tra le imprese, 

Nessuno purtroppo avrebbe concretamente aiutato Andrea ed altri imprenditori italiani messi nella sua stessa situazione.

Un giorno mi disse chiaramente confidandosi con me: “Alessandro, non te ne ho mai parlato, perché me ne vergogno ………. la mia azienda ha dei debiti e sto provando con il mio commercialista a chiedere un finanziamento”.

Avete letto bene.

Andrea si vergognava dei suoi debiti aziendali.

Questa fase mi diede dentro una grande scossa elettrica.

Volevo che Andrea tornasse a  casa alla sera e potesse guardare serenamente sua moglie, perché tutto era risolto.

Volevo che Andrea potesse ancora guardare i suoi figli con la consapevolezza di poter donare a loro un grande futuro.

Volevo che Andrea non dovesse più sfuggire agli sguardi interrogativi e preoccupati dei suoi dipendenti per gli stipendi che ritardavano. 

 

Volevo salvare Andrea, un imprenditore caparbio e con le palle.

 

Cominciai ad analizzare le cause della crisi della sua azienda, partendo dai numeri di bilancio.

Mi resi conto che la sua azienda era in realtà entrata in crisi prima che la banca gli revocasse i fidi concessi.

La sua azienda era entrata in crisi perché non generava liquidità da diversi mesi.   

I bilanci dell’azienda di Andrea avevano ottenuto degli utili negli ultimi anni, ma non creava liquidità.

Non si era accorto che la  sua azienda, pur facendo utili, usava un modello di business che consumava la liquidità, un sistema nel quale le uscite monetarie erano superiori alle entrate monetarie.

Con un modello di business del genere, più l’azienda aumenta il suo fatturato più l’azienda si trova in crisi di liquidità.

Ricordiamoci che le aziende non falliscono per mancanza di utili, ma per mancanza di liquidità. 

Aiutare Andrea mi cambiò veramente la mia vita professionale, poiché mi ha portato ora a fare quello che faccio.

Non potrò mai dimenticarmelo.

Mi ritrovai a gestire subito il “pronto soccorso” dell’azienda di Andrea, iniziando a parlare con i fornitori, gli avvocati dei creditori, i dipendenti, i direttori delle banche, i funzionari dell’Agenzia delle Entrate, i funzionari dell’Agenzia Entrate Riscossione (ex Equitalia), i funzionari dell’Inps.

Cominciai a portare avanti delle trattative vere per salvare l’azienda di Andrea.

Contemporaneamente, misi in atto nell’azienda di Andrea una serie di strumenti importanti di strategia aziendale, pianificazione e controllo di gestione aziendale, quali:

  • piano di cassa;
  • budget economico;
  • business plan;
  • analisi dei costi fissi;
  • analisi del modello di business;
  • analisi della concorrenza. 

Il modello di business di Andrea necessitava di una revisione e innovazione, poiché l’azienda non era più percepita dai clienti come un’azienda che creasse valore.   

La mancanza di misurazioni nel breve, l’andare “a spanne” per quel che riguarda gli aspetti finanziari, aveva fatto perdere completamente il controllo della liquidità aziendale creando un deficit di cassa nell’azienda di Andrea.

Dopo aver messo in sicurezza l’azienda di Andrea conducendo le trattative con i clienti, dopo aver sviluppato gli strumenti di strategia, di pianificazione e di controllo gestionale, l’azienda di Andrea cominciò progressivamente ad uscire dalla crisi iniziando a ricreare la liquidità in azienda.

Avevo iniziato con Andrea ad applicare alcuni elementi importanti del mio metodo professionale denominato successivamente StopCrisi.

Un metodo vincente creato e perfezionato in oltre 10 anni di lavoro in trincea con tante piccole e medie imprese in crisi.

Un metodo vincente creato per gli imprenditori come Andrea che vogliono a tutti i costi battere la crisi.

Nel trascorrere degli anni, questo mio metodo è stato perfezionato grazie all’applicazione pratica su molti casi reali.

Non solo.

Ho sviluppato anche un metodo professionale per evitare che le imprese cadano nella situazione di crisi.

Prevenire è meglio che curare.

La realtà è che il mondo è cambiato.

La realtà che vediamo oggi è la nuova normalità in cui gli imprenditori devono convivere con tante situazioni di crisi collegate a fattori straordinari (es. crisi finanziaria del 2008, crisi economica derivante dall’emergenza Corona virus, ecc.):

Le imprese che hanno avuto il coraggio di guardare a questa verità sono le imprese che hanno avuto la capacità di reinventare il proprio business tornando a creare liquidità.

Quelle che invece hanno continuato ad essere “ottimiste”, sperando che la crisi si risolva presto e che le banche avrebbero ripreso a concedere i finanziamenti ed i fidi richiesti, oggi versano in condizioni di difficoltà economica e finanziaria.     

Benvenuto nella nuova normalità.

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